Quando Utilizzare il Bonifico Parlante​

Capita spesso di scoprirlo tardi, magari quando sei già nel pieno dei lavori o hai appena pagato una fattura importante: “Mi serve il bonifico parlante o basta un bonifico normale?”. È una domanda molto concreta, perché da quella risposta può dipendere la possibilità di ottenere una detrazione fiscale. E quando parliamo di bonus casa, ecobonus e affini, non è esattamente il momento di improvvisare.

Il bonifico parlante è uno di quei dettagli che sembrano burocratici finché non diventano decisivi. La buona notizia è che, una volta capito quando usarlo e come compilarlo, smette di essere un mostro. Diventa una procedura ripetibile, quasi automatica. Qui ti accompagno passo passo: vediamo cos’è, quando è obbligatorio, quando invece è solo facoltativo o addirittura sconsigliabile, come evitare gli errori più comuni e cosa fare se l’errore è già successo.

Bonifico parlante: cos’è e perché si chiama così

Con bonifico parlante, come spiegato su Ilbonificobancario.com, si intende un bonifico bancario o postale predisposto in modo da “raccontare” all’Amministrazione finanziaria perché stai pagando e a quale agevolazione fiscale colleghi quella spesa. Non è un’etichetta poetica: è proprio un bonifico che contiene informazioni aggiuntive rispetto a un bonifico ordinario.

La differenza pratica è che, nel bonifico parlante, la causale non è una frase generica tipo “saldo fattura”, ma include il riferimento alla norma o al bonus per cui chiederai la detrazione, i dati fiscali di chi beneficia della detrazione e i dati fiscali di chi incassa. Questo set di informazioni serve a due scopi: rende tracciabile la spesa e consente alla banca o a Poste Italiane di applicare una ritenuta a titolo di acconto sul beneficiario del pagamento, cioè su chi riceve i soldi. In altre parole, il bonifico parlante non è solo una prova di pagamento; è anche un meccanismo che “aggancia” il pagamento a un controllo fiscale standardizzato.

Se ti stai chiedendo se cambia qualcosa per te, lato pratico, la risposta è quasi sempre no: tu paghi l’importo della fattura, il destinatario riceve l’importo al netto della ritenuta e poi gestirà quella ritenuta come acconto d’imposta. Tu, invece, ti porti a casa la documentazione corretta per la detrazione. È questo il motivo per cui il bonifico parlante è spesso presentato come “obbligatorio”: senza di lui, in molti casi, manca un pezzo essenziale della catena.

Quando è obbligatorio: i casi tipici legati ai bonus edilizi

In Italia il bonifico parlante entra in scena soprattutto quando paghi spese che vuoi detrarre come interventi sul patrimonio edilizio o per la riqualificazione energetica, e più in generale per le agevolazioni collegate a lavori “di casa”. L’idea di fondo è semplice: se stai sostenendo una spesa che porterai in detrazione come bonus edilizio, e la norma richiede il pagamento tracciabile con bonifico specifico, allora il bonifico parlante è la strada giusta.

Nella pratica questo riguarda quasi sempre gli interventi di ristrutturazione edilizia e le spese “collegate” a quei lavori, come le prestazioni professionali di tecnici e progettisti, le opere eseguite da imprese, le forniture con posa in opera e i lavori che rientrano nei perimetri di ecobonus e sismabonus. Anche quando la banca ti propone due opzioni diverse, ad esempio “bonifico per ristrutturazioni” e “bonifico per risparmio energetico”, non è un capriccio del software: serve a incanalare correttamente la causale e il trattamento fiscale.

Qui vale una precisazione che spesso crea confusione. L’obbligo di bonifico parlante riguarda in modo molto diretto i contribuenti “non titolari di reddito d’impresa” che operano con il criterio di cassa, cioè persone fisiche e, in generale, chi non sta contabilizzando quelle spese in un regime d’impresa ordinario. Per alcune imprese in contabilità ordinaria, invece, la prassi ha chiarito che l’obbligo del bonifico parlante può non sussistere, perché la logica fiscale di competenza e gli adempimenti contabili seguono un percorso diverso. Questo punto è utile se ti trovi nel caso “azienda che fa lavori su immobili propri”: lì conviene verificare bene la regola applicabile, perché non sempre coincide con quella del privato.

Quando non serve: casi in cui basta la tracciabilità (e usare il “parlante” può creare problemi)

Non tutto ciò che è “bonus” richiede bonifico parlante. Ed è qui che molti si inciampano, spesso in buona fede. Ci sono agevolazioni dove la norma pretende che tu paghi in modo tracciabile, ma non impone il bonifico parlante con ritenuta. In questi casi puoi pagare con bonifico ordinario o con carta di credito/debito, purché conservi prova e documentazione.

Il caso più citato è il bonus mobili ed elettrodomestici: la regola generale valorizza la tracciabilità e, in caso di bonifico, non sempre richiede il modello “speciale” pensato per le ristrutturazioni. Lo stesso ragionamento si incontra spesso sul bonus verde, dove l’attenzione si concentra sul fatto che il pagamento sia tracciabile. Se tu, per eccesso di zelo, usi un bonifico parlante dove non è richiesto, potresti causare un effetto collaterale: la ritenuta viene applicata al fornitore, che riceve meno del dovuto e magari ti richiama il giorno dopo con tono tutt’altro che rilassato. Non perché sia illegale, ma perché gli stai cambiando il flusso di incasso senza che fosse necessario.

Poi ci sono spese particolari, legate ai lavori edilizi, per le quali il bonifico parlante non è richiesto perché i pagamenti seguono canali “obbligati” verso la Pubblica Amministrazione. Pensa agli oneri di urbanizzazione, all’imposta di bollo, ai diritti per concessioni o autorizzazioni: spesso li paghi con modalità imposte dall’ente e non con un bonifico parlante. In questi casi, la logica è: la tracciabilità esiste già nel sistema di pagamento pubblico, e non si pretende di forzare la mano con un bonifico dedicato.

Quindi la domanda giusta non è “il bonifico parlante è più sicuro?”. La domanda giusta è: “La detrazione che sto chiedendo lo richiede davvero?”. Perché se la risposta è no, la scelta più furba è non complicare la vita a te e al fornitore.

Cosa deve contenere: compilazione corretta senza farsi venire il mal di testa

La compilazione del bonifico parlante ruota sempre intorno agli stessi elementi, e quando li memorizzi diventa quasi una routine. Nella causale devi far capire che il pagamento è legato a una spesa agevolata, inserire il riferimento normativo o almeno la tipologia di agevolazione e, cosa che consiglio di fare sempre, richiamare anche gli estremi della fattura, cioè numero e data. Non è solo ordine mentale: è un’ancora documentale che ti aiuta se, fra due anni, devi ricostruire tutto.

Poi devi indicare il codice fiscale di chi beneficia della detrazione. Attenzione, perché non sempre coincide con l’intestatario del conto da cui parte il bonifico. Se l’immobile è cointestato o se la detrazione viene ripartita tra più soggetti aventi diritto, la banca spesso permette di indicare più codici fiscali come “fruitori”. Nei lavori condominiali, di norma entra in gioco anche il codice fiscale del condominio e, in molte procedure operative, quello dell’amministratore o del soggetto che effettua materialmente il pagamento per conto del condominio.

Infine devi indicare il codice fiscale o la partita IVA del destinatario del pagamento, cioè l’impresa o il professionista. Questo è il dato che consente la ritenuta alla fonte e collega l’incasso a un soggetto fiscalmente identificabile. Qui conviene essere maniacali: un numero sbagliato e il bonifico non “parla” più, almeno non come dovrebbe.

Un’altra cosa che rassicura molti è sapere che il bonifico parlante si può fare anche online. Non serve andare allo sportello con la cartellina sotto braccio, a meno che tu non preferisca farlo. La chiave è selezionare la tipologia corretta nel sistema di home banking, quella che le banche spesso chiamano “bonifico per agevolazioni fiscali”, “bonifico ristrutturazioni” o simili.

La ritenuta sul bonifico parlante: cos’è, quanto vale oggi e perché non è un “costo in più” per te

La ritenuta è il cuore tecnico del bonifico parlante, ed è anche il motivo per cui la compilazione deve essere precisa. La banca o Poste Italiane applicano una ritenuta a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dal beneficiario del pagamento. Tu non stai pagando una tassa extra. Stai pagando la fattura. Semplicemente, una quota viene trattenuta e versata come acconto fiscale a nome di chi incassa.

Dal 1° marzo 2024 l’aliquota della ritenuta è stata innalzata dall’8% all’11% per i bonifici disposti per beneficiare di oneri deducibili o detrazioni d’imposta. Questo dato è importante soprattutto per gestire le aspettative con chi riceve il pagamento, perché il fornitore vedrà arrivare un importo decurtato e potrebbe chiederti spiegazioni. In realtà non dipende da te: è un meccanismo automatico. Tu puoi solo scegliere lo strumento di pagamento corretto.

C’è anche un dettaglio tecnico interessante, che però ti spiego in modo semplice: la ritenuta non viene calcolata sull’IVA. Per non alterare la neutralità dell’imposta, la base di calcolo viene determinata escludendo l’IVA, e nella pratica operativa la banca adotta criteri standardizzati per stimare la parte imponibile quando non può “vedere” l’IVA nel bonifico. È uno dei motivi per cui non ha senso farsi fare sconti “strani” o pagamenti spezzettati senza criterio: meglio attenersi a fattura e pagare in modo lineare.

Il punto pratico è questo: se la detrazione richiede bonifico parlante, non farti convincere a usare un bonifico ordinario “per comodità del fornitore”. Puoi essere gentile quanto vuoi, ma la gentilezza non compila la dichiarazione dei redditi al posto tuo.

Errori frequenti e come rimediare: perché non tutto è perduto (ma serve muoversi bene)

L’errore più comune è banale: si fa un bonifico ordinario, magari perché l’home banking lo propone come default, e ci si dimentica di selezionare il bonifico per agevolazioni fiscali. Subito dopo viene l’errore “anagrafico”: codice fiscale del beneficiario della detrazione mancante o errato, partita IVA del fornitore sbagliata, causale troppo generica. E poi c’è l’errore da ansia: inserire riferimenti normativi non perfettamente coerenti con l’intervento. Qui una buona notizia c’è: in alcune interpretazioni di prassi, un riferimento normativo errato ma “di famiglia”, ad esempio richiamare la riqualificazione energetica quando in realtà si tratta di ristrutturazione, può non far perdere automaticamente la detrazione se l’operazione resta tracciabile e la ritenuta è stata applicata. Insomma, non sempre un refuso ti condanna.

Il problema serio nasce quando l’errore impedisce in modo definitivo l’applicazione della ritenuta. In quel caso la regola generale è: la detrazione non passa, salvo rimedio. E il rimedio più pulito è ripetere il pagamento correttamente. Nella vita vera, questo spesso significa chiedere al fornitore di restituire l’importo e rifare il bonifico parlante come si deve. Sì, è macchinoso, ma è il modo più solido per chiudere la questione senza zone grigie.

E se non si può ripetere il pagamento? Qui entra la “via di salvataggio” riconosciuta dalla prassi in casi particolari: il fornitore può rilasciare una dichiarazione sostitutiva in cui attesta di aver ricevuto le somme e di averle incluse correttamente nella contabilità ai fini della determinazione del reddito. L’idea è dimostrare che, anche se la ritenuta non è stata applicata per un’anomalia formale, la finalità della norma è comunque rispettata, cioè la corretta tassazione del soggetto che incassa. Non è un trucco. È un rimedio documentale che però va gestito con serietà e conservato insieme agli altri documenti.

Se ti trovi in questa situazione, la cosa peggiore che puoi fare è aspettare “che si sistemi da sola”. Non si sistema da sola. O rifai il pagamento o ti costruisci un fascicolo documentale che regga a un controllo.

Date e documenti: la parte noiosa che ti salva quando conta

Quando si parla di detrazioni, la documentazione è metà del lavoro. E anche se lo so che è la parte meno divertente, è quella che ti fa dormire tranquillo. Per i contribuenti persone fisiche, in genere conta la data del pagamento, cioè quando il bonifico viene effettuato, non quando ricevi la fattura o quando l’impresa “ti segna” come saldato. Questo aspetto diventa cruciale a cavallo d’anno: un bonifico disposto il 30 dicembre ma eseguito il 2 gennaio può cambiare l’anno di detrazione.

Sul fronte documenti, conserva sempre fattura o ricevuta, ricevuta del bonifico, eventuali contratti, e tutto ciò che collega quella spesa all’intervento agevolato. Nei lavori condominiali, di norma l’amministratore rilascia una certificazione delle spese imputate al singolo condomino e dei relativi pagamenti. Non è “carta in più”, è il modo con cui l’onere passa dal condominio al singolo contribuente.

Un altro scenario tipico riguarda il finanziamento. Se una società finanziaria paga il fornitore al posto tuo, la detrazione può restare possibile se il pagamento avviene con bonifico che contiene i dati richiesti e tu conservi copia della ricevuta. In sostanza, deve restare tracciabile la catena che collega la spesa a te, anche se il flusso di denaro passa da un intermediario.

Come decidere al volo se ti serve: un criterio pratico che funziona quasi sempre

Quando sei davanti allo schermo della banca e hai il dubbio, prova a porti tre domande, senza complicarti la vita. La prima è: questa spesa la porterò in detrazione come intervento edilizio o come bonus che richiede bonifico specifico? Se la risposta è sì, il bonifico parlante è quasi sicuramente la scelta corretta. La seconda è: sto pagando un’impresa o un professionista per lavori o prestazioni tecniche legate all’intervento? Anche qui, se sì, il bonifico parlante torna protagonista perché rientra nella logica della ritenuta e della tracciabilità fiscale. La terza domanda è la più “da strada”: il fornitore mi sta chiedendo un bonifico ordinario perché non vuole la ritenuta? Se sta succedendo, è un segnale che probabilmente il bonifico parlante è quello giusto per te, proprio perché attiva un meccanismo che al fornitore può dare fastidio sul piano della liquidità.

Quando invece parliamo di spese dove la normativa pretende solo tracciabilità, come alcuni bonus specifici, l’uso del bonifico parlante diventa più una scelta che un obbligo. E lì entra in gioco la convenienza: perché generare una ritenuta se non serve? Meglio pagare in modo tracciabile ma lineare.

Conclusione: il bonifico parlante come “polizza” fiscale, non come burocrazia

Usare il bonifico parlante al momento giusto è una forma di prevenzione fiscale. Ti evita discussioni con il CAF, correzioni dell’ultimo minuto e quella sensazione pessima di aver fatto tutto bene tranne “un dettaglio”. Ma proprio perché è uno strumento potente, conviene usarlo con criterio: obbligatorio quando la detrazione lo richiede, evitabile quando la norma si accontenta della tracciabilità.

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